MUSICA PER ORGANI CALDI di e con: Chiara Daino,Ksenja Laginja, Enrico Marià
«L’uomo è la fogna dell’universo»: omaggiando Hot Water Music di Bukowski, canto a tre voci che intreccia versi e viscere, lividi e liturgie, fiabe e fistole – dell’essere. Corpo cartaceo e corpo crudo, corpo di Cerbero, cane a tre teste. Tricefalo dalle tre gole: spalancate. Si ringraziano: Maurizio di Tollo per le atmosfere sonore, Penelope Pleaseper la partecipazione attiva e reattiva, Daniele Asseretoe LiveUsper il supporto grafico, promozionale e webbico
La vita si misura in centimetri di cazzo. Cazzo sì che ti levo dall’imbarazzo – non sono un poeta – cazzo! Non me ne fotte un cazzo! Delle etichette delle marchette delle parole perfette! Me l’avete fatto a fette! Il futuro si fa a muso duro, cazzo duro contro il muro! Eccheccazzo! Viviamo tutti in uno Stato del cazzo, governati da teste di cazzo, in città del cazzo che non offrono un cazzo, con gente del cazzo – per cui: che cazzo ti lamenti? Abbiamo tutti dei cazzo di parenti ammalati accozzati abbandonati! Siamo tutti dei grandissimi complessati! Abbiamo tutti i cazzi girati! Parliamo tutti dei bei tempi andati! Anche Adamo ed Eva erano parecchio incazzati! Tutti siamo scacciati seccati schifati! Tutti emarginati! Tutti alcolizzati – al dolore, ragazzo: lo so anch’io che è un mondo del cazzo! Nessuno ti regala un cazzo! A nessuno importa un cazzo – anche se ti getti dall’ultimo piano del tuo palazzo! E quali suicida del cazzo? Non mangio un cazzo e non un cazzo da mangiare! Evita di dirmi come cazzo ti devo parlare! Che se devo urlare, urlo quanto cazzo mi pare! È il mio cazzo di provare a cambiare le cose! Sono pistole, non rose! Odio le persone lagnose, mielose e così giudiziose! Siete buonisti non buoni, salutisti, non sani – 'sti grandissimi coglioni! Queste sono prese di posizioni! Ci avete rotto i coglioni! Spezziamo catene con forza di polmoni! 'Fanculo a tutti i papponi vestiti da santoni! Fine delle trasmissioni: è il tempo delle reazioni! Delle rivoluzioni! Vi lasciamo la parte dei belli bravi e bbbuoni! E come vi gira una stretta dei suoni? Un tacco a spillo nei maroni? Batte il cazzo delle tue considerazioni! Batte il cazzo della tua fanfara! Sono una cazzo di Metallara! Sto gran cazzo di acciaio! Sono io che vi dico ADDIO! Quanto è più pio quel che corazzo! Forgiamo Metallo e vi rompiamo il cazzo! Come il Gallese pazzo, son poche le pretese, perché una è la sorte! Sesso e morte! La vita strilla forte: sesso e morte! Fuori dalla vostra corte del cazzo! Sesso e morte mio caro pupazzo! ogni giorno ti senti un impotente del cazzo – perché non cambia un cazzo se non stringi i denti e non pesti gli accenti! Siamo tutti nullatenenti! Ecco i soli strumenti: calci in culo e chitarre potenti! Ho visto più cazzi che tramonti, ho sentito più cazzate che concerti! Sono stanca di vederti – lamentare e basta! Alza quello cazzo di testa! E impara la lezione: sai bene – chi ha ragione! Chiamalo santo, chiamalo coglione! Quel Giorno ha ragione,. quel Giorno è la sola uscita, quel Giorno ha chiuso la partita. « Nessun cazzo è duro come la vita »
[C.D.]
Intervista/Incontro: Davide Nota scatena l'imo di Dama per LA GRU:
Il mistero del corpo inizia dove inizia il tuo corpo. Soltanto che tu non sai dove esso inizi. Non conosci i suoi confini. Quello che hai chiamato anima o spirito o mente è separato dal corpo? E dove allora è segnata la linea di confine? [Franco Rella, Ai confini del corpo]
Il corpo parla. Il corpo ci parla. Il corpo parla di noi e per noi – che più: non parliamo più con quei “corpi estranei” che sono che siamo. I nostri corpi.
20 febbraio 1967
pensieri di ragno nei corpi al sapore di sperma antico vomito d’incenso la chiesa
è nella culla della carne la molla cancrena del dubbio abbi cura di chi non parla
nel come narcoma pretende. ti chiedo solo se ricordi quali letti sporcavi mentre quel miele tramontò nel rosso? è meno caldo di un bicchiere
tanto tu sprecavi parole quando per piacere del buco l’intarsio del cranio dipinse
di nero che goccia quel muro è un paradiso di scuse le parole che non ti deve
Guardami: sono nuda. Dall'inquieto Languore della mia capigliatura Alla tensione snella del mio piede, io sono tutta una magrezza acerba inguainata in un color avorio. Guarda: pallida è la carne mia. Si direbbe che il sangue non vi scorra. Rosso non ne traspare. Solo un languido Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto. Vedi come incavato ho il ventre. Incerta È la curva dei fianchi, ma i ginocchi E le caviglie e tutte le giunture, ho scarne e salde come un puro sangue. Oggi, m'inarco nuda, nel nitore Del bagno bianco e m'inarcherò nuda domani sopra un letto, se qualcuno mi prenderà. E un giorno nuda, sola, stesa supina sotto troppa terra, starò, quando la morte avrà chiamato.
Si ringraziano Remo Bassini, Alessandra Cenni, gli Artisti tutti, il Comune di Vercelli, Pietro Lucia - per i Polsi, per la Poesia di Antonia Pozzi - sempre: Presente
EDITORIALE di Alessio Galbiati Numero ricchissimo quello che vi capita di fronte agli occhi: cinquantotto pagine dedicate al cinema nelle sue molteplici forme, introdotte dallo sguardo smarrito e sospeso di Monica Vitti nella copertina di Maurizio Giuseppucci. ...l’incomunicabilità di Antonioni non è poi un tema così inattuale... Intanto Venezia volge al termine producendo, al solito, il solito smarrimento in chi guarda alla laguna da lontano (vero e proprio panico invece per chi vi è immerso fino al collo); dai segnali di fumo che giungono dal lido siamo rimasti folgorati dalla rabbia di Abel Ferrara nell’aver visto profonato uno dei suoi capolavori: «…I’m not doing the prequel to Aguirre: the Wrath of God, OK? Let me put it that way!». Comunque di Venezia sul numero17 di RC non c’è traccia, al solito siamo persi in un percorso tutto nostro, erratici nel cinema e nella sua storia, cercando ogni volta di tessere un legame con la nostra stessa storia, alla ricerca di un senso delle cose che non necessariamente esiste. Insomma, Buon lettura..
SOMMARIO 04 La copertina. Maurizio Giuseppucci 05 Editoriale di Alessio Galbiati 06 Brevi. appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati e Roberto Rippa 07 DOC3: il documentario in televisione. Intervista a Lorenzo Hendel e Luca Franco di Alessio Galbiati 12 LINGUA DI CELLULOIDE La grande bouffe cineparole di Ugo Perri 16 RC SPECIALE. SECONDA PARTE AUGUSTO TRETTI, o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa La legge della tromba di Alessio Galbiati 17 Alcuni giudizi sul film La legge della tromba 21 Filmografia sintetica 23 Resistenza e cinema: Augusto Tretti racconta di Lorisa Andreoli 24 27 Ivan Zuccon e l’imponderabile fascino dell’orrore di Alessandra Cavisi 29 RC SPECIALE. 62° Festival del film Locarno 5-15082009 a cura di Roberto Rippa LOCARNO 62. Brevi cronache dal Festival internazionale del film di Locarno 2009 di Roberto Rippa 31 CONCORSO INTERNAZIONALE Akadimia Platonos > Filippos Tsitos 32 Buben, Baraban > Aleksei Mizgiryov 33 La donation > Bernard Émond 34 Nothing Personal > Urszula Antoniak 35 ICI et AILLEURS Dirty Paradise > Daniel Schweizer 36 Itiburtinoterzo > Roberta Torre 37 CONCORSO CINEASTI DEL PRESENTE October Country > Michael Palmieri e Donal Mosher 38 Todos mienten > Matías Piñeiro 39 Intervista a Matías Piñeiro di Roberto Rippa 40 45 Rosso come il cielo di Alessio Galbiati 46 Accolti a braccia chiuse. Il cinema di Alvaro Bizzarri di Donato Di Blasi 48 SECONDI POSTI IN PIEDI. Carlinghe Roventi. The Stewardesses - Le assistenti di volo in 3D di Al Silliman Jr.di Roberto Rippa 49 LO SCHERMO NEGATO. Loren Cass di Roberto Rippa 50 Il medico della mutua di Samuele Lanzarotti 52 ABDICAZIONI. L`archivio letterario di Rapporto Confidenziale a cura diLuca Salvatore Epicleti diGian Paolo Guerini52 Sbrigare il soggettile. Forsennare l’insensato. Anti-strofi. Maquillage, - impostura diLuca Salvatore53 [Archi di] Pietra di Chiara Daino 54 Paolo Fichera56 57 http://www.rapportoconfidenziale.org/
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Nuovi autori Poeti dissidenti, criticano l'omologazione del consumismo e dello spettacolo Versi che parlano anche al movimento: «Ci sognavate tutti tronisti e veline. Vi sbagliavate»
Lo scandalo della poesia che si permette di fare politica
Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro poeti a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Alla crisi della politica questi giovani poeti offrono una direzione verso cui guardare. Da leggere - Voci critiche per sonetti e poemetti Voci giovani di poesia, poeti se non militanti, ma molto critici con l'omologazione culturale, il degrado del linguaggio e dei valori. Parliamo di Stefano Sanchini che ha all'attivo la raccolta «Interrail» (Fara), Danni Antonello, che ha pubblicato il poemetto politico «Italia», di Matteo Zattoni, che ha tre raccolte in libreria («Il nemico», Il ponte vecchio, «Il peso degli spazi», LietoColle e «L'estraneo bilanciato», Stampa); infine di Chiara Daino, autrice del romanzo «La merca» (Fara). La sinistra - Dov'è finita la questione culturale? Chiedono i quattro autori. Dietro la grande rappresentazione della banalità omologata italiana, cresce e si sviluppa una nuova generazione di poeti italiani. Nati a cavallo tra gli anni '70 e i primi '80, studiano Pasolini, criticano il presente, criticano l'omologazione del consumismo e dello spettacolo. «Profanare il tempio delle banalità di massa con lo scandalo della poesia. Oltraggiare l'epoca a colpi di amore». La sinistra dovrebbe saperli accogliere, promuovere, incoraggiare. Non lasciare disattesa proprio la gramsciana «questione culturale» di cui invece si appropria la destra, con i vari Dell'Utri, Crespi e Davide Rondoni. È sempre una violenza costringere la poesia a categorie di lotta politica; ma pure questi giovani scrittori molto avrebbero da dire ai ragazzi che si sono riconosciuti nello slogan: «Ci sognavate tutti veline e tronisti: vi sbagliavate». Pensiamo al marchigiano Stefano Sanchini (1976), il cui esordio risale al 2008, con la raccolta Interrail (Fara) e con il poemetto di teatro in versi Via del Carnocchio, roversianamente ciclostilato in proprio ed altrettando distribuito. Immaginiamolo in piedi, dunque, nel mezzo di un incontro pubblico, scandire con voce di fuoco: «aspiro ad essere / l'anello malato della catena di montaggio / aspiro alla solitudine e all'ingiuria / ho paura, certo / il sogno era un altro e c'erano gli altri / con il loro viaggio a incontrarsi / che vivi siamo in questo tempo / ma dove sono gli altri? Dove / le provviste?». Danni Antonello (1978) è invece un giovane poeta veneto, traduttore dal francese, direttore della piccola ma sempreverde casa editrice La spina, in provincia di Padova. La sua parola, orfica e incivile, ci ricorda Dylan Thomas, Jean Genet, Rimbaud, la sua rivolta è anarchica e individuale: «come il gabbiano che controvento / cede alla raffica e vira». Maleggiamolo anche dal poemetto politico Italia, stampato dall'Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione: «In viale dei tigli ad ogni tiglio sta appesa una corda, / spessa quanto forte quanto duro è il collo spezzato / dell'uomo che ha impiccato: l'antifascista, il partigiano / che un secondo prima di morire muto come l'orgoglio / dentro di sé ha pensato: / “Non basteranno tutti i tigli del mondo / per impiccare un popolo”». Del lombardo Matteo Zattoni (1980), già uscito con Il nemico (Il ponte vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005) e L'estraneo bilanciato (Stampa, 2009), ha già ben scritto Gianluca Pulsoni: Zattoni «legge il mondo come luogo del pensiero e del possibile recuperando il desiderio poetico e “politico” di tornare a percepire la realtà nel suo dinamismo dialettico. Per esprimere, nel suo realismo, l'immagine come contenuto di verità e domanda». (La Gru n.5, luglio 2008). È vero, se nella silloge dall'evocativo titolo situazionista Il mondo senza spettacolo il poeta profana il dogma del controllo securitario e finanziario («Adoro sorridere dentro le banche / alle loro telecamere, alla ricerca del piccolo / particolare l'idiota mi scruta con grande / attenzione, forse allerta il servizio / d'ordine – cos'avrà quello / da sorridere?») e amaramente ci interroga: «come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo neanche più a cambiare / canale (...)?». Infine spostiamoci a Genova per incontrare Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l'io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale: «Questa è la generazione di Jenny. Meditate, genitori, meditate. Pensierino del giorno: le cellule impazzite della generazione, da voi generata, dovrebbero impedirvi di dormire sereni (...), il frutto del vostro ventre si getta dal palazzo più alto perché ha preso solo un 27 all'ultimo esame e non vi ha resi abbastanza orgogliosi: non ha compiuto “il suo dovere”». Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro, di una lunga lista di nuovi autori a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Insomma, torni la sinistra ad investire sulla cultura: alla crisi della politica omologata e scollata dal reale, questi giovani poeti italiani sanno rispondere, offrendo, se non ancora una risposta, una direzione verso cui guardare. Ascoltiamoli.
Sì, pare proprio sia io, così: Chiara [sempre che il nome sia sintomo e sinonimo di uno specifico, sigillo e suggello per provare una non meglio precisata realtà]. E quanti giri di quadrante – da quando si spolpava, insieme, ogni secondo? Ora perdo tempo e il tempo mi perde nelle tese di uno sforzo in serie: sono stanca. Tanto troppo stanca anche io. Stanca pensare e pensare stanca. Stanca anche solo pensare, e stanca pensare di continuo – al passato. Io ero. Stanca di pesare i miei morti. Mai mia «la culla di calma». Stanca di dosi: si eccede. Si sa: stanca il dovere. Il «dire pieno» per «dare prove». Dare in pasto. Ai giochi dei bimbi grandi. E seghe verbali. Da psicologi, psicopompi. «Ogni giorno vedo lo stesso volto: rotti riflessi dal tubo – e si adatta all’abito». E si sta: nella stanca fila in attesa. Di sapere: quale svolta? In procinto. Di subire. Sempre sotto: pressione, giudizio, torchio. Sotto spirito. Sotto tono. Essere sempre. Dovere sempre essere. Dovere essere sempre all’altezza: aspettative che rimangono, rimandano, reclamano. Tutti esigono: la funzione sociale, il sembiante esposto. Se lo specchio fosse sincero, forse, … Sono scorte? Sono pupille pervertite o pupille prevenute? Forse, se solo… È solo che stanco chiunque, chiunque mi stanca: è il fattore fastidio. La persona molesta. [E si legge alla seconda: eleva a potenza chi nasconde]. Quanto sono: stanca di stagni. Si decida lo scaffale: dove posso scomporre – senza scuse, senza sanzioni? La mia triste tiara non si tange, è una noce nera. Una scheggia che si stacca, si sistema sotto pelle, una statua sottile: si scaglia lontano lo scalpello… Se rubo lo spazio al rumore: è senza rete, senza trapezi. Le ali mi tengono? Tanto stanca di. Per non. E si beve il sangue dell’ultima Ansa. L’ultimo verso, sceso dallo scavo. Un bacio sulle rotule. A chi non dice: chi sono. Chi è chi. E chi [se docet esse, si placet – scrisse]: la Dama deve? Mangiare? Mettere mano? Manifesto sul muro? È solo e sgombro chi vede: la cicatrice sul sole, il coniglio sulla luna? Nei mille e millenni di mostri, di martiri: quanto violenti? E lascia il fumo, lascia la fiamma, lascia per me un sacco di scarti: se non li desideri. La stella che sia, si spegne. Lo schermo screma il rischio. La lotta, il sasso, i passi contro sono come. Me mesta.
Stringo solo un soldo, per pagare Caròn.
Come sempre, oggi è come ieri: «sono stanco», «sono stanca». E non siamo i soli: è la risposta al «come stai?» che più si spreca, nella Storia. A presto! Appena atterri in patria.
From: ....@yahoo.it Zombie precoce viene: tra tre giorni. Sabato al Little Italy. Se ci sarai, sarai lì.
Piccola, grande certezza nella vita: punta sicura nel luogo di nicchia. Che arrivi a detestare: anni spesi nello stesso locale, sera dopo sera – il solito, con la solita clientela. E vorresti cambiare sfondo, ma sai che lì [lì sì]: ci puoi trovare. E ci trovi tutti. A bere! Con due scopi: fare festa e fare finta. Farsi forza come prassi, farsi scudo di una scusa, farsi male per fottersi bene. Bachi deformi al banco: la bava di seta è doppia. Quale trama? Cercare le Fate e perfezionare le parche fila – in dote. Discorsi e Destini. Dei dannati bevitori: alfa, beta, gamma, delta, epsilon… L’abuso di alcol è un abito: la vecchia veste per nuove pene. Non fa una piega:
piaga
E il mio Dottor Padre mi diceva: «saresti stata un chirurgo eccellente: operano solo se sono ubriachi». Poi si è arreso: alla mia dipendenza. Serva dello scritto, mi servo il suicidio: in gotti senza fondo... L’istinto è quello. Quale? Il mio è: doppio. Un solo distico. Acuto e sciocco, il mio pungiglione è pungolo. Il mio piacere, il mio orgasmo è un ossimoro spurio. Io mi amo e ti odio. Ti odio: tizio che ti ficchi nei miei spazi di lacuna. Io mi amo e amo i miei posacenere sommersi dai mozziconi, le mie torri di libri, la pioggia di cera quando blindo una busta. E ti odio: odio i tuoi silenzi, il tuo muggire, anziché parlare. Odio sentirmi una donna forte ovunque, e capire che sei [sempre e solo] tu a volermi fragile e friabile, per farmi a pezzi. Affondare me, non ti farà emergere! Io mi amo e mi odio quando soffro perché qualcuno sfonda il mio metro: i miei piedi non imparano i tuoi passi. Hai scordato il violino per la Danza Macabra. E non c’è memoria di bacio nel calco della tua bocca, e non provi più dolore quando riduci le mie labbra nell’angolo di silenzio. Il morso che ti regalo non è freno, è ferita: «per la funzione acquisita, Natura le diede denti a sciabola e zanne zaffiro». La mia pelle non si tratta, non si calza, non cede il colore che vuoi allibire solo per avermi: anonima ameba. Non ami me che amo. Non ami il mio impero di sogni, il mio verso imperativo: non ami! Il mio ritmo regge e segue un tempo dispari [uno solo, il mio!]. Ti confesso che amo – versarmi parole dolci e bicchieri di rum. Ti confesso che odio – la tua indifferenza per la poesia e per tutto quello che non ti riguarda. È così: io amo l’infinito, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, tu odii la misura delle mie passioni. Io odio le mie ricadute nella malattia. Tu ami l’idea che io non sia veramente malata. Io mi amo perché mi entusiasmo – per un piano di papaveri. Tu odii anche le carezze. Io mi amo quando piango, lo sfogo alla rabbia che sarebbe violenza: sfondarti il cuore a pugni. Tu odii chi non liscia le tue piume galliformi. Io amo la mia grafia gladiolata, la mia penna psichica. Tu odii le mie ali: spicco il volo e ti lascio alla terra che già prepari per la mia tomba. E nemmeno allora mi negherai il cielo: ho scritto. E le mie ceneri si chiamano.