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martedì, gennaio 20, 2009

SESSO SUBITO

Non vi piacerà.
Il “fuori programma”, fuori controllo e fuori dai denti. A fior di canino. E non vi piacerà. Ve lo assicuro. Non vi piacerà sapere come vi vedo. Come vi vivo. Come quando mi stanco: di sentire. Le solite [ sottili? ] allusioni sessuali. Sono passati: anni due [ poco più ] dal TotoDaino. Da quel quando, quale cambio di cornice? Il quadro è sempre lo stesso. Cambia solo il CHI ritratto. E ieri. Collaboro con Massimo Sannelli = scopo Sannelli/Sannelli mi scopa [ a seconda del rapporto di “potenza” stabilito dal soggetto sparlante ]. E oggi. Collaboro con Daniele Assereto = scopo Assereto/Assereto mi scopa. E domani. Collaboro con Cristina Babino [ e si scatenino le più turpi teorie, prego: un poco di parità! ].

E ancora: avoco. Reclamo rispetto. Per la pagina e per il palco. E quale dire “adulto”? Quando sento [ ricordate: si riporta, si riFerisce. Sempre. Ogni mondo è un mondo piccolo]: « la Daino? Ma lo sai che la Daino è stata la donna di… [ segue nominativo/copula del poeta ] ». Al di là che preferirei solo “Daino” o “La Dama” – per un personale puntiglio e una particolare passione per il suono – è questo il programma? Così si manifesta la vostra poetica? [ Sì, sono le cosiddette “persone di cultura/controcultura/avancultura”, l’intellighenzia dell’Italia: sì, così si concentra/si concentrano. Pari impegno profuso: per la Striscia di Gaza e per lo Struscio di Dama… ].

E ancora: vi guardo. Fisso. Come un gatto. E Gatto sceglie, non è mai scelto. E allora: vi guardo. Fisso. È così importante il maschio che MASTICO E SPUTO? E allora invoco: un diritto privato. Saranno strafatti/strafalli miei il dove/come stendo le pelli? E ripeto: non mi piace chi ne ha detto/chi ne dice [ sono spazi segreti/secreti ]. Non mi piace. Passare di bocca in bocca. [ Scegli bene l’orecchio a cui raccontare la tua“tacca”]. E allora revoco: mi ritiro. Dal perverso gioco: guerra di galli… Annusatevi e “leccatevi il culo” a vicenda. Dite e maledite. Io [ come canta e fonda Francesco ] « di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo ».

Ho da fare futuro. E sempre: vi fisso. Come un chiodo, come dirvi: come? Come posso crescere? Come dirvi: quale stella fissa. Seguire? Tutti maestri nell’esibire i genitali. E quali sono: i veri “attributi”? Certo è: la parola priapica si è diffusa. Proseliti del Circo: marchio e cerchio del “glorioso gotha”. E a cosa [ vi ] è valso leggere e leggermi? A cosa? Se prima di un reading poetico il rinomato poeta mi chiama per propormi/proporsi: « potremmo non presenziare e andare a scopare! » [ Salvo poi, post due di picche, porgermi il microfono per salvarsi la faccia(ta) e non sapere – non è il mio stile: tacere ]. A cosa, se l’eccelso [ mi ] dice: « La Merca è piena di pompe. È chiaro che ti chiedano pompe ». Ah sì? È chiaro? E Chiara? Chiara « dice di NO! » [ e cita i RATS – che Chiara non ha bisogno di citazioni colte per calzare una patina intellettuale/intellettiva…]

Brani della mia bio/biblio/grafia. Che solo mia non è. Non solo, almeno. Parlo di una generazione. Che vi guarda. Fisso. Parlo a voi, parlo di voi, di chi piange all’estero e picchia in patria. Parlo della violenza cieca. Quella non vista. E perpetuata. Dei massacri muti. Delle lente morti invisibili.
Parlo dei vostri alibi ben affermati, ben articolati: e siamo sempre e solo noi [ autolesionisti/anoressici/amorfi e alcolizzati ]. E mai voi [ assassini/autoimmuni e autorizzati ].


Parlo di stupro. E allora non è più solo la mia storia. [ Non è mai così. Cambiano solo i dettagli – di una storia…]
Anni di psicologi/psicopompi a preconizzare la morte di qualcosa dentro. Di qualcosa che non avrebbe dovuto rinascere: la fiducia. Nel genere umano. Eppure: è risorta. Per me e per altre/altri. La fiducia nell’amico, nell’anima. Nell’Amico quando dice: « tieniti stretta la tua bellezza ». Nell’Anima quando ride e ti chiama Ecate. Per le torce cercate e accese. Per noi viandanti. Per le torce che carico: luce piena! Sto parlando di stupro. Non è abbastanza? È un male minore? È un passaggio obbligato? Almeno un poco non vi fate schifo? Adulti ex cathedra che vedete solo una bella fica? [ Sia io sia un’altra non importa. Il marchio è lo stesso ].

È un istinto naturale? È normale? E allora: ringrazio. Chi/cosa mi rese: pazza. Le vostre norme/normative sono: la nausea promessa. La nausea presente. E vi regge bene lo stomaco: per sostenere il pelo della vostra pochezza. Della vostra povertà. Perché è questa la vera povertà. E vi dite lo stesso: “a posto” con la coscienza [ triti nel totem, tronfio e tragico ]. E ancora: vi dite e ci dite il “come si deve”. E sprecate e stuprate: le persone e le parole. Di continuo. Perdete tempo e perdete umanità. Adesso basta! Esiste una differenza [ una diversa “natura sustanziale” ] tra lo stupro carnale e lo stupro verbale? E siete voi i chi che ci devono insegnare/ispirare? A scrivere, a vivere… Anche qui: poco importa. Per le nostre minute menti: quali mentori? Quali modelli? Fino a quando “chi scopa chi” – sarà più importante di “chi segue chi”: non credo, non vedo cambi di marcia. È sempre una questione “da mela”. E dimmela tutta: la verità. Parli di salvezza mentre vuoi riempirmi e chiudermi la bocca?

Non siamo giovenche. Solo giovani. E monta solo: la rabbia. E si monta: e chi *cavalca una cometa*? No, non potete saperlo. No, non è un critico sul solido piedistallo dello scaffale etico/estetico, ontologico/metafisico [ uno dei tanti che mandate a memoria per fugare/fuggire un qualsivoglia attestare non accreditato ]. Chi *cavalca una cometa*? No, non è la donna di. Non è l’uomo di. Chi *cavalca una cometa* è un solo nome. Di metallo. È solo un gruppo. E non: un gruppo solo. È l’anello di chi rifiuta l’arena. Di chi rigetta tutta: la vostra catena [ di passamano di passaparola], tutto il vostro spettacolo dei sessi. È il nome di chi rimette: al cesso e al cielo – chi postula principi e paupula parafrasi. E poi? Con picciuol perifrasi ti proclama puttana! E ne parliamo. Noi che siamo stanchi. Di leggervi dentro. [ Nulla di notabile, per giunta ].

E allora: è tempo. Di ricordarvi. E riferirvi: “la storia ha porte strette”. La Storia. Sono le persone DIETRO gli schermi. Sotto la maschera. La Storia. Cosa ci scrivete con lo sperma? Siamo tutti figli di falsi frutti? Quali mani ci date [ e dove? ] per crescere senza recidere [ le nostre vene ]? Quelle mani che. Vi lavate. [ Non è “cosa vostra”]. Quelle mani che. E levate: dai nostri destini un domani che duri. Solo lividi e lisergici. Ci lasciate: a noi, come eredi. Ci lasciate, per favore, a noi stessi? Ci lasciate in pace? No! Voi continuate. A lisciarvi e a stringervi le mani. Quelle mani che. Elevate come cazzi, come dirvi: che pena.

Quelle mani che: stringono la gola. Quelle mani tese per avere: sesso e subito. Quelle mani che vogliono domare e dominare. Quelle mani sporche, mani in pasta, mani lunghe, mani monche… Le vostre mani di fata! L’abile lavoro che fate. Mani sui coglioni: tasche e testicoli pieni. Troppo pieni: per trascendere? È un luogo comune? È una fossa comune. Dove ci volete. È un luogo comune? Sì. Banale. Eppure: continuiamo a dire. Adesso: basta! Siate pure. State pure nelle stanze del disimpegno. Nelle grandi latrine dei grandi letterati. Noi beviamo molto, noi non beviamo: dal vostro bicchiere. Noi non bruchiamo al vostro banchetto. Noi non beliamo le vostre bellezze.

Noi siamo davanti alle porte [ sempre chiuse ]. E sempre aspettare: fuori e dentro metafora. Che qualcuno ci apra. Che qualcuno arrivi. Finché arriva. La sera [ ne basta una ]. Quella sera che ti stanchi. Di aspettare. E chiedi aiuto a un cameriere. Che ti apre la porta. E in quella taverna, in quella cantina: trovi tutti. I come te. Stanchi di aspettare. Che non sapevano più: dove andare, dove piagare le nocche. E si trovano. In quell’unica notte. E si ritrovano. Insieme. Alieni e alienati. Che hanno fatto delle loro croci i loro deltaplani. Per volare dove. È casa. Sempre aperta. Come la domanda [ di bimbi costretti al buio: « te lo dico dopo! »; « perché funziona così! »; « perché sì! »; « perché no! »; « perché te lo dico io! »; « perché *è inutile bussare, qui non aprirà nessuno*… » ].

E siamo qui. Ognuno con le sue ferite, ognuno con i suoi perché, ognuno con le sue piccole cose. A porte chiuse. E si spalanca il segno: il punto di luce. L’alter rogo di chi considera sacro: e il senso e il sesso. E un ciondolo, un profilo di plettro. Inciso: rock. [ Qualcuno a Lipsia pensava ai miei suoni anziché ai miei talami ]. Rock. È scritto: e si stringe. Al petto: metallo fuso, medaglia al malore. E si evita il collasso. Rock. E si resiste. Insieme. Ora che si ha una spalla e un’altra e un’altra ancora: e per piangere. E per procedere. Lontano. Dal sesso subìto. Fallo o falloppio – giudicate pure ogni nostro sbaglio storico/sonoro/sistemico. Fallo o falloppio – rendiamo grazie alle mani bianche [ lontane dalla polvere delle di voi bianche nari ]. Lontano. Dal sesso subìto. Fallo o falloppio – poco importa. Siamo tutti stanchi del vostro sordido stupro. È tempo di dirvi che siete: fuori tempo. E fuori luogo. Tutti voi, tutto tu: alloro adulto. E ora? Anche tu. Nella molta misera schiera. Mettetevi tutti in posa e sorridete!
Una foto ricordo del male – per i figli a venire!


Chiara Daino

[ * vendere no. Non passa fra i miei rischi *
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chiamatemi per nome
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*E SPUTATEMI ADDOSSO!* ]

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