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martedì, giugno 30, 2009

HAVE A DRINK ON ME

From: daino.chiara@gmail.com

Sì, pare proprio sia io, così: Chiara
[sempre che il nome sia sintomo e sinonimo di uno specifico, sigillo e suggello per provare una non meglio precisata realtà]. E quanti giri di quadrante – da quando si spolpava, insieme, ogni secondo? Ora perdo tempo e il tempo mi perde nelle tese di uno sforzo in serie: sono stanca. Tanto troppo stanca anche io. Stanca pensare e pensare stanca. Stanca anche solo pensare, e stanca pensare di continuo – al passato. Io ero. Stanca di pesare i miei morti. Mai mia «la culla di calma». Stanca di dosi: si eccede. Si sa: stanca il dovere. Il «dire pieno» per «dare prove». Dare in pasto. Ai giochi dei bimbi grandi. E seghe verbali. Da psicologi, psicopompi. «Ogni giorno vedo lo stesso volto: rotti riflessi dal tubo – e si adatta all’abito». E si sta: nella stanca fila in attesa. Di sapere: quale svolta? In procinto. Di subire. Sempre sotto: pressione, giudizio, torchio. Sotto spirito. Sotto tono. Essere sempre. Dovere sempre essere. Dovere essere sempre all’altezza: aspettative che rimangono, rimandano, reclamano. Tutti esigono: la funzione sociale, il sembiante esposto.
Se lo specchio fosse sincero, forse, … Sono scorte? Sono pupille pervertite o pupille prevenute? Forse, se solo… È solo che stanco chiunque, chiunque mi stanca: è il fattore fastidio. La persona molesta. [E si legge alla seconda: eleva a potenza chi nasconde]. Quanto sono: stanca di stagni. Si decida lo scaffale: dove posso scomporre – senza scuse, senza sanzioni? La mia triste tiara non si tange, è una noce nera. Una scheggia che si stacca, si sistema sotto pelle, una statua sottile: si scaglia lontano lo scalpello…
Se rubo lo spazio al rumore: è senza rete, senza trapezi. Le ali mi tengono? Tanto stanca di. Per non. E si beve il sangue dell’ultima Ansa. L’ultimo verso, sceso dallo scavo. Un bacio sulle rotule. A chi non dice: chi sono. Chi è chi. E chi [se docet esse, si placet – scrisse]: la Dama deve? Mangiare? Mettere mano? Manifesto sul muro? È solo e sgombro chi vede: la cicatrice sul sole, il coniglio sulla luna? Nei mille e millenni di mostri, di martiri: quanto violenti? E lascia il fumo, lascia la fiamma, lascia per me un sacco di scarti: se non li desideri. La stella che sia, si spegne. Lo schermo screma il rischio. La lotta, il sasso, i passi contro sono come. Me mesta.



Stringo solo un soldo, per pagare Caròn.



Come sempre, oggi è come ieri: «sono stanco», «sono stanca». E non siamo i soli: è la risposta al «come stai?» che più si spreca, nella Storia.
A presto! Appena atterri in patria.


From: ....@yahoo.it
Zombie precoce viene: tra tre giorni. Sabato al Little Italy. Se ci sarai, sarai lì.


From: daino.chiara@gmail.com

Piccola, grande certezza nella vita: punta sicura nel luogo di nicchia. Che arrivi a detestare: anni spesi nello stesso locale, sera dopo sera – il solito, con la solita clientela. E vorresti cambiare sfondo, ma sai che lì [lì sì]: ci puoi trovare. E ci trovi tutti. A bere!
Con due scopi: fare festa e fare finta. Farsi forza come prassi, farsi scudo di una scusa, farsi male per fottersi bene. Bachi deformi al banco: la bava di seta è doppia. Quale trama? Cercare le Fate e perfezionare le parche fila – in dote. Discorsi e Destini. Dei dannati bevitori: alfa, beta, gamma, delta, epsilon… L’abuso di alcol è un abito: la vecchia veste per nuove pene. Non fa una piega:



piaga


E il mio Dottor Padre mi diceva: «saresti stata un chirurgo eccellente: operano solo se sono ubriachi». Poi si è arreso: alla mia dipendenza. Serva dello scritto, mi servo il suicidio: in gotti senza fondo...
L’istinto è quello. Quale? Il mio è: doppio. Un solo distico. Acuto e sciocco, il mio pungiglione è pungolo. Il mio piacere, il mio orgasmo è un ossimoro spurio. Io mi amo e ti odio. Ti odio: tizio che ti ficchi nei miei spazi di lacuna. Io mi amo e amo i miei posacenere sommersi dai mozziconi, le mie torri di libri, la pioggia di cera quando blindo una busta. E ti odio: odio i tuoi silenzi, il tuo muggire, anziché parlare. Odio sentirmi una donna forte ovunque, e capire che sei [sempre e solo] tu a volermi fragile e friabile, per farmi a pezzi. Affondare me, non ti farà emergere! Io mi amo e mi odio quando soffro perché qualcuno sfonda il mio metro: i miei piedi non imparano i tuoi passi. Hai scordato il violino per la Danza Macabra. E non c’è memoria di bacio nel calco della tua bocca, e non provi più dolore quando riduci le mie labbra nell’angolo di silenzio. Il morso che ti regalo non è freno, è ferita: «per la funzione acquisita, Natura le diede denti a sciabola e zanne zaffiro». La mia pelle non si tratta, non si calza, non cede il colore che vuoi allibire solo per avermi: anonima ameba. Non ami me che amo. Non ami il mio impero di sogni, il mio verso imperativo: non ami! Il mio ritmo regge e segue un tempo dispari [uno solo, il mio!].
Ti confesso che amo – versarmi parole dolci e bicchieri di rum. Ti confesso che odio – la tua indifferenza per la poesia e per tutto quello che non ti riguarda. È così: io amo l’infinito, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, tu odii la misura delle mie passioni. Io odio le mie ricadute nella malattia. Tu ami l’idea che io non sia veramente malata. Io mi amo perché mi entusiasmo – per un piano di papaveri. Tu odii anche le carezze. Io mi amo quando piango, lo sfogo alla rabbia che sarebbe violenza: sfondarti il cuore a pugni. Tu odii chi non liscia le tue piume galliformi. Io amo la mia grafia gladiolata, la mia penna psichica. Tu odii le mie ali: spicco il volo e ti lascio alla terra che già prepari per la mia tomba. E nemmeno allora mi negherai il cielo: ho scritto. E le mie ceneri si chiamano.



Sole.

C.D.

sabato, aprile 12, 2008

CHIARO DI LUCE E PANTERA




L(une de miel)AMER

, ,

È resa l’ora nel suo dies.is di lama:
Bal de mélange posthume,
methamphetamine blues,
gemma la gamma stigia dei denti.
È resa l’amalgama:
{ et ce fut toujours vidange pour ange, }
Casa di cura e Colonia penale di stenti,
alle forre postume di Panico già verso,
nella boema Stamberga di Latte,
sulla parte maledetta del Manico!

La sigaretta brucia
fra l’indice giallo e un verde medio
al Mantice: due dita.
L’amaro miele brucia
fra l’indice giallo e un verde medio
al Mantice: dita due.

Fondon le tinte in spire
Le maquillage Lamer Rouge
e riga nera Dernier giù sbavata:
[ Fumisterie Mobili e Rabbia Sire ]
Corpo senz’organi e Teste
al Boudoir amen-o
del gran contrabbandiere di miserie.

La sigaretta brucia
fra l’indice giallo e un verde medio
al Mantice: due dita.
L’amaro miele brucia
fra l’indice giallo e un verde medio
al Mantice: dita due.

Da solide braci, in fiale di bile
lima l’Anima spina e spira,
gemma la vena
rotta e versa – vuoto a vuoto –
fino alla feccia,
nel suo metro quadro di lena:
Binario – in gola – diretto a sè – .

Cala il sipario dei versi
di stesa la porpora dei Tersi.
Épitaphe? – vivo chi legge…


[ Chiara Daino/ Luca Salvatore ]







Dei Cancelli Del Cimitero

Reverendo, si tratta di – reverendo –
una sorta di congiura? è: posto in croce.
è: privo di peccati. tu, ai miei piedi
fissi una figura. è: alla mia vita
che prospetti? tutto. sembra. è a tal punto:
senza realtà! sono l’umano – chi
non può avvertire questo mondo: è

perso nelle mani della mia miseria.

rivolto verso di me, il reverendo:
nessuna, non una lacrima sul suo viso.
non era nuova la scena vista – per lui…
per cui non lo pregai di darmi perché
sarà presente il ricordo: l’amore

giuro – di anime. le nostre a sigillo.

osservo ora: precipita pioggia. fitta.
la mia mente punta l’occhio – è: solo.
solo sul tuo viso, ora, posso vedere:
hai rubato il mio meglio – credo – gli anni
più vivi. e spreco e scempio ne feci

come nuova – furia felice – a fondo.

così fu: quando l’amore mutò in rabbia
quando lei morì. è: quando io non piansi
la mia fiera intima radice non diede
il permesso: mi hai lasciato – metà
incompleta. i ricordi si ripetono

credi quando dico: troverò la chiave
per aprire la mia porta
. e sarò oltre:
il varco – dei cancelli del cimitero.

le volte. quelle nel quando sono solo
ad alta voce: rimetto la domanda.
è: se tu mi vegli – dal deserto dove

devo dare una svolta alla mia strada.
non posso vivere al passato – libera
la mia anima! mi tocca, in estremo

dopo tutto il tempo di anni tesi
da solo, non uno accanto, non una prova

non mi curavo: né cercare il mondo
né farlo mio. così. quando lei morì
avrei dovuto: lacrime – per calmare
il dolore: mi hai lasciato – metà
incompleta. i ricordi si ripetono


noi siamo stati. come eravamo: così
la scommessa: salvare la mia anima
è vana – adesso – anche la mia attesa


credi quando dico: troverò la chiave
per aprire la mia porta.
e sarò oltre:
al di là – dai cancelli del cimitero.



[Cemetery Gates, PANTERA, da Lupus Metallorum, C.D.]